Partenza: Ponte della Peura
Percorso: all’interno del Vallone della Verna
Arrivo: Ponte della Peura
Tempo di percorrenza: 2. 30’ h. (con guida naturalistica)
Difficoltà: Facile
Dislivello: 60 mt
Temi: botanica
Consigli: visita con guida naturalistica; visita a località Colonna (Saliceto) area necropoli romana
Come arrivare: servizio navetta (il comune provvederà al servizio) o con auto propria
L’esperienza del percorso botanico con finalità eminentemente didattiche viene proposta da anni alle scolaresche delle scuole elementari e medie dal Museo Civico F. Craveri di Storia Naturale di Bra. Ora si pensa di proporla all’interno dell’ecomuseo rendendolo percorribile e godibile a quanti desiderino conoscere maggiormente la botanica locale. Attualmente non è segnalato.
Durante la passeggiata possono venire raccolti campioni di numerose piante, naturalmente foglie di specie arboree, mentre le specie erbacee o protette possono esser fotografate. Al ritorno al Centro Visita si spiegherà come crearsi un erbario. Gli studenti lo allestiranno insieme in classe. Alla fine ogni partecipante - studente (ma anche per i visitatori che lo desiderino) compila il QuizArboreo a titolo di verifica.
Il percorso parte nei pressi del Ponte Peura (il comune provvederà ad un servizio navetta) e si dirige verso il Vallone della Verna.
Giunti al punto in cui si attraversa il rio della Verna inizia il sentiero botanico. Sulla sinistra pochi passi prima si osservano due maestosi esempi di gelsi bianchi. Questo è il primo punto d’osservazione riguardante il gelso e l’allevamento dei bachi da seta che grande importanza hanno avuto nell’economia contadina roerina.
Il percorso botanico è un anello che, se viene percorso da destra procedendo in senso orario, fa incontrare al visitatore, in ordine cronologico, le seguenti specie:
Acetosella, Acero campestre, Anemone epatica, Mughetto, Barba di Giove, Tiglio selvatico, Viburno palla di nheve, Salicone, Pioppo tremolo, Castagno, Pino silvestre (vengono osservati anche nidi di Processionaria), Ginepro, Brugo, Ieracio, Felce acquilina, Asfodelo Bianco, , Liliasfodelo, Muschio, Rosa di macchia, Robinia, Rovo, Rosa Gallica, Muscari, Lichene pissidato, Euforbia calenzuola, Rovere, Farnia, Cerro (e gli insetti galligeni delle querce), Viburno lantana, Ligustro, Vecchia, Sigillo di Salomone, Caprifoglio, Betulla, Biancospino, Olmo campestre, Ginestrella, Fragola di bosco, Gladiolo, Roverella, Geranio sanguigno, Ciavardello, Saponaria rossa, Pisello selvatico, Nespolo Salice bianco, Prugnolo, Viola campestre, Stellaria, Sanguinello, Felce maschia, Anemone dei boschi, Equiseto campestre, Ontano nero, Carpino bianco, Sambuco, Veronica, berretto da prete, Nocciolo, Pervinca.
Il percorso è dunque ricchissimo di varietà botaniche che fa di quest’area un unicum difficilmente ripetibile pur nella varietà che è tipica del Roero
A nord abbiamo segnalato (in mappa sentiero marrone) la presenza di un percorso che dall’area botanica della Verna conduce al Bosco Crociato dove è individuata l’area didattica. Nel tragitto si transita nel nella Val Fenera, un magnifico esempio di bosco ceduo.
L’area compresa nel percorso è caratterizzata a sud-est da una zona xerofila, a nord-ovest da quella igrofila, e al centro la mesofila.
La prima è caratterizzata dalla presenza di pini silvestri, querce.
Interessante per la didattica il punto del tragitto in cui si trovano in fila un cerro, una rovere e una farnia dando l’opportunità di poter confrontare le tre specie.
L’area umida è caratterizzata dalla presenza di carpini e ontani neri.
Si consiglia di percorrerlo con una guida naturalistica in grado di:
Il primo punto di interesse è in località Colonna dove è stata ritrovata una necropoli romana. In tale località in epoca romana transitava una via.
Negli anni ’60 il professor Edoardo Mosca, braidese, portò alla luce sei tombe romane tutte a incenerimento. La tipologia povera delle tombe ha fatto pensare che queste fossero appartenute a schiavi o a persone di non elevata condizione sociale. Probabilmente erano addetti ai lavori di una fornace di laterizi che dovette esistere in una collinetta situata tra Saliceto e Monte Mastra, infatti il luogo si chiama ancora oggi Fondo della Fornace.
A Pocapaglia qualche uomo anziano sostiene che molti anni or sono qualcuno ritrovò i resti della fornace ma tracce oggi non ne sono rimaste. Anche in località Carbonera, sulla stessa strada potrebbe esserne esistita una. Quella delle fornaci di laterizi è una peculiarità della terra argillosa del Roero e fornaci di tal fatta anticamente erano ampiamente diffuse sul territorio.
I gelsi bianchi hanno avuto una grande importanza nell’economia locale apportando reddito per questa terra.
La sua era una presenza talmente radicata nell’immaginario collettivo che è stato legato al personaggio per eccellenza della tradizione pocapagliese: la Masca Micilina.
Si racconta che la Micilina venisse spesso ‘battuta’ dal marito finché, un giorno, incontrò il diavolo e questi, racchiusala nel cerchio magico, le disse che una volta varcatolo il marito non l’avrebbe più infastidita. Micilina uscì dal cerchio e il marito cadde dall’albero di gelso su cui si era avventurato per raccogliere le foglie da dare ai bachi. Così spirò. Fino alla fine dei suoi giorni Micilina fu seguita dalla presenza della ‘seta’: scortata dal corteo degli armigeri e dalla popolazione in preghiera enormi ragni usciti dalle voragini delle rocche le lanciavano lunghi fili di seta per liberarla, ma l’acqua santa li distruggeva.
Prima di addentrarsi sul percorso botanico il visitatore ha modo di conoscere frammenti di storia contadina e di altri tempi.
Proporre borse di studio per tesi di laurea o ricerca:
Si veda:
E’ stato il Tanaro, in tempi remotissimi (tra i 220.000 e i 150.000 anni fa) a plasmare, a dare vita a quella caratteristica zona della “sinistra Tanaro”, oggi chiamata Roero.
I terreni che costituiscono l’ossatura del Roero, sebbene poggino su uno zoccolo cristallino estremamente antico si originarono in tempi relativamente recenti per sedimentazione, in seno ad un mare interno chiamato Golfo Padano, di detriti di diversa origine litologica, trasportati dalle correnti d’acqua che erodevano progressivamente le montagne circostanti.
Detriti che, attraverso alterne fasi di prosciugamento ed immersione, crebbero in serie stratigrafiche fino al sollevamento di tutto il territorio, concludendo così la fase marina.
Il periodo continentale diede origine agli strati superficiali della regione, dovuti soprattutto ad apporti di origine fluviale. A quel momento Langhe e Roero sono un unico altipiano, con il Tanaro e lo Stura che scorrono lungo il territorio di Bra-Sanfrè-Sommariva, andando a confluire in Po nella zona di Carmagnola. E’ proprio il progressivo scivolamento del percorso del Tanaro, imputabile al carattere di facile erosione di questa terra marina di recente formazione, verso la sua confluenza in Po nella piana di Valenza a trasformare radicalmente il territorio.
Nascono le Rocche, magnifici spaccati, burroni scoscesi creatisi sullo spartiacque tra vecchia e nuova vallata del Tanaro. Prende forma il territorio del Roero, un’area neonata al confronto delle Langhe, realtà geologica ormai ben consolidata.
La copertura boschiva, residuo della ben più vasta silva popularis che, ancora nei primi secoli del nostro millennio, rivestiva tutto il territorio delle Rocche del Roero, è quanto mai varia e interessante. Qui, la presenza sempre più attiva di specie mediterranee viene ad interferire ed a compenetrarsi con la flora tipica di clima freddo di origine montana.
Ne sono un esempio, fra gli altri, il finocchio marino, il cappero, il centrato rosso, la bocca di Leone, il fico d’india nano, la ginestra odorosa, ecc. che colonizzano i muraglioni caldi ed assolati dei castelli e dei dirupi sabbiosi delle Rocche, e, per converso, l’acetosella, il mirtillo, il fior di stecco, il maiantemo, o l’erba paris, che ritroviamo nelle vallette più ombrose e più fresche, provvidenziali nicchie ambientali che consentono loro di superare le calde e siccitose estati del Roero.
Una flora, quindi, che essendo stata sino ad oggi soggetta a una pressione antropica alquanto modesta, ha mantenuto intatta in buona parte la sua fisionomia originaria ed è degna quindi di essere più diffusamente conosciuta e meritevole di attenta protezione dal progressivo degrado dovuto, nei pressi degli abitati, alle attività umane, e altrove al disboscamento e all’invadenza della flora avventizia; la robinia, in particolare, in meno di duecento anni, ha ormai colonizzato oltre la metà della fascia boschiva originaria, che ricopre, peraltro, ancora vaste estensioni ed è stanziata, per oltre il 70%, nei comuni delle Rocche.
Sull’altipiano, le lunghe dorsali collinose sono tuttora ammantate da cospicue formazioni boscose di tipo planiziale in gran parte ancora integre, spesso tenute a ceduo, ma con prevalenza di fustaie composte da esemplari annosi e di ragguardevoli dimensioni.
Le porzioni sommitali, più aride e soleggiate, sono ancora ricoperte di pino silvestre, anch’esso relitto glaciale, ma di ambiente caldo, mentre altrove massiccia è la presenza delle querce; netta la prevalenza della farnia, del castagno, sfuggito a coltura in tempi remoti, della già citata robinia ed in misura assai minore del carpino, del pioppo tremulo, dell’acero, del tiglio, ect.; ciascuna specie ovviamente, si situerà nel territorio, globalmente xerofilo, conformemente alle proprie esigenze idriche più o meno accentuate, in una cenosi complessiva in cui la biodiversità potrà esplicarsi pienamente.
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