Sentiero
della masca

Sentiero
botanico

Anfiteatro
della Ghia

Centro
visita

 

 

 

 

Ecomuseo

Il sentiero dell'Anfiteatro della Ghia

Partenza: Centro Visita

Percorso: Rocca del Castello, Rocca della Ghia, loc. Mastra, punto panoramico dell’Eremita, San Sebastiano, S.P. 340, via Cavour

Arrivo: Centro Visita

Tempo di percorrenza: 2.30 h. circa

Dislivello: 116 mt.

Difficoltà: facile

Punti di interesse: Area Rocca, Rocca Eremita, Castello, Confraternita di Sant’Agostino.

Temi: paesaggistici, botanici, storico

DESCRIZIONE

Foto a corredo 1Il sentiero parte dalla sede dell’ecomuseo ed è in comune con quello della Masca Micilina nel primo tratto fino al pianoro, poi svolta a destra. Dopo qualche centinaio di metri incontra il sentiero comunale T.1 di cui segue il tracciato fino al pianoro della Mastra , quando giunge alla S.P. 340 e lì incrocia il Grande sentiero del Roero, S.1.

La rocca della Ghia è un enorme anfiteatro naturale completamente circondato dalle Rocche. Sul sentiero sono rilevati punti di sosta con tabelle esplicative. Il percorso nella Rocca è agevole. Da notare che quando il sentiero giunge nel punto in cui il Rio della Berta incrocia quello di Pocapaglia è possibile proseguire anziché svoltare a sinistra seguendo il tracciato e arrivare presso la cappella di San Giacomo. In quest’area oltre al recupero dell’edificio (a opera dell’Associazione Asfodelo) si sta provvedendo alla realizzazione di un parcheggio e di un’area verde.

Una volta risaliti sulla strada provinciale si tiene la destra per 20 mt. e si può vedere il punto panoramico Le Rocche dell’Eremita e le memorie di Giovanni Arpino. Agevolmente si giunge sul più bel balcone naturale delle Rocche del Roero. Di lì si osservano le rocche nella loro magnificenza e le grotte in cui l’Eremita visse. Il punto è corredato da pannello illustrativo e attrezzato da panchine.

Si riprende la strada provinciale passando accanto al pilone di San Sebastiano (restaurato), dove è possibile sostare. Si prosegue verso il centro abitato incontrando il sentiero della Masca Micilina. Si sale in via Cavour, si tiene la sinistra e passando sotto il monumentale Castello e la Confraternita di Sant’Agostino si giunge alla sede che è lì prospiciente.

Sul tracciato verrà segnalata la presenza di alcuni rilievi botanici su specie incontrate sul percorso: roverella, pino silvestre, carpini,… Da segnalare la presenza di ‘giunchi’, un tempo utilizzati per la realizzazione di ceste. Tutti questi aspetti verranno ripresi nel Centro Visita dell’ecomuseo.

CARATTERISTICHE

Il Sentiero è stato pensato con punti sosta corredati da tabelle che permettono ai visitatori di intraprendere un percorso graduale di osservazione, interpretazione e conoscenza che mette insieme:

LAVORI INFRASTRUTTURALI

ALLESTIMENTO

I punti sosta segnalati sono dedicati al lavoro del bosco scanditi dalle quattro stazioni:

Riferimenti

Si veda:

IL PUNTO PANORAMICO DELL’EREMITA E LE MEMORIE DI GIOVANNI ARPINO

Posizione

Lloc. Mastra

Temi

Paesaggistici, storici

Come si arriva

Dal Centro Visita dell’ecomuseo si esce in via Cavour a destra: si costeggia la Confraternita di Santo Agostino, il Castello, e si imbocca la S.P. 340. Sulla destra si può osservare il Bric d’la Masca Micilina.

Si passa accanto all’area del pilone di San Sebastiano e, dopo circa 300 mt. lasciando la strada sulla sinistra, si va ad affacciarsi al balcone della Rocca della Creusa.

Quest’ultima è stata ribatezzata dell’Eremita, perché qui dagli anni ’30 fin dopo la guerra abitò un uomo così soprannominato.

DESCRIZIONE

Foto a corredo 2Le rocche dell’Eremita o come meglio dovremmo chiamarle della Creusa, sono tra le più suggestive di tutto il Roero. All’occhio del osservatore si apre una vallata ammantata da morbide fronde da cui emergono grandi pinnacoli turriti di tufo. La valle prosegue in una fessura che si perde quasi alla vista dell’osservatore lasciando aperto lo spaccato sulle panoramiche colline delle Langhe. La verde lingua è sovrastata da irti e scaglionati fianchi della roccia di Rocca e qui regnano sovrani i colori della terra d’ocra e d’argilla, che per secoli ha fornito i mattoni laterizi per le costruzioni. La terra è qui così ricca di ferro da assumere i colori del cupo rubino, poi improvvisamente scolora in bianca sabbiolina.

E’ in questa terra di rocca che, dove predomina il tufo, nascono le cavità naturali in cui è vissuto l’Eremita, ma non solo: tutti i paesi delle Rocche raccontano di aver offerto rifugio a chi nella guerra scappava o lottava. Esistono poi testimonianze (Corneliano D’Alba) secondo cui intere famiglie li vivessero.

ALLESTIMENTO

Per consentire una visita in sicurezza proponiamo di mettere una staccionata: il modello potrebbe essere quello già utilizzato per l’area di San Sebastiano, così pure per le due panchine. Un pannello illustrativo potrebbe mettere in evidenza la storia di questa rocca dagli anni ’30, quando l’Eremita vi venne ad abitare, ai fatti della guerra e ai racconti che ne fece G. Arpino.

L’EREMITA

“Se un antropologo, appassionato della raccolta di funghi, si fosse avventurato negli anni Trenta in quei boschi che fanno da chioma alle selvagge spettacolari rocche del Roero, si sarebbe imbattuto, attraversando il territorio del comune di Pocapaglia in un bell’esemplare di homo sapiens sapiens, alto quasi due metri, di costituzione molto robusta, una figura stile corsaro salgariano. Coperto dal saio tipico dell’eremita abitava in una grotta: a pochi passi da quest’ultima aveva scavato una nicchia nella quale aveva collocato la statua di una Madonnina. (…) Aveva alle spalle un seminario abbandonato a metà strada, un fratello stimato e pio sacerdote, un padre rispettabilissimo dipendente del comune di Bra.”1

Settimio G. era nato a Bra nel 1905 e per un certo tempo, come lo descrive Giovanni Arpino “lo passò effettivamente da eremita classico, con la capra; il tramonto ritagliava il suo profilo immobile contro la pietra d’ingresso della porta. Poi, un po’ per insofferenza, un po’ per bisogno, cominciò a fare qualche lavoro. Al mattatoio pubblico scopava le stanzacce dove erano stati macellati i vitelli. Aveva una grande scopa e spazzava via il sangue dai pavimenti a mattone. (…) Divenne quasi agiato. In piedi su un carretto volava per la cittadina nei giorni di mercato incitando l’asino. Faceva paura ai bambini con la sua barba nera, l’occhio tremendo, mai un sorriso. E piaceva a qualche ragazza”2

Andò a combattere in Abissinia. “Era un fascista, portava un fez rosso e alle contadine che gli portavano le uova e gli chiedevano consigli per la gamba storpia del figlio, o della grossezza del ventre, lui rispondeva con impacchi d’erbe consigliando di pregare il Signore e Mussolini. Si sposò (…) Ebbe figli e questi correvano per l’America dei Boschi infischiandosene dei divieti di caccia e delle guardie giurate. Tuttavia i contadini non gli erano nemici, pur lamentandosi e litigando con le mogli che continuavano a crederlo un essere a metà tra l’uomo e la strega. I boscaioli lo invitavano a mangiar pane e frittata con loro quando andavano a far legna vicino alla casa e chi d’autunno si infilava nei boschi per funghi o castagne lo salutava sempre con rispetto. Venne la guerra e la sua vita cambiò. (…) Aiutò i contadini a contrabbandare la cacciagione per Torino, tordi, tordelle e lepri stanate nella neve.

I primi partigiani rintanatisi nei boschi videro lui e i suoi figli, affamati e rovinosi, inseguiti da un ombra: si diceva che l’eremita fosse diventato una spia dei fascisti. (…) morì ammazzato alla fine della guerra, quando tutti parevano essersi dimenticati di lui: in città facevano feste danzanti,….Il partigiano che volle ucciderlo non sapeva niente di lui, era un ragazzo dell’ultimo momento, non molto a posto con la testa. Si faceva chiamare Milton.

Gli sparò in un giorno di pioggia e di fango, in cui per camminare nei boschi bisognava aver piedi di ferro tanto il terreno era molle. Col mitra Milton cominciò a sparare, una scarica poi l’altra, ma l’eremita continuava a camminargli incontro. Continuamente scosso dalle scariche del mitra arrivò fino davanti al ragazzo, pieno di buchi e di piombo, si appoggiò alla bocca dell’arma e infine cadde nel fango senza aver chiuso quei suoi occhi neri. Forse fu lo stesso Milton che uccise anche sua moglie, non si sa. I figli sparirono, nessuno ne seppe più niente”.3

Abbiamo raccontato la storia attraverso le voce narrante di Arpino perché ci siamo lasciati incantare dal suo fare narrativo, ma molte persone anziane di Pocapaglia, o chi in gioventù ha prestato ascolto ai racconti, saprebbe ridirvela in maniera anche più accattivante. Certo è che, oggi, andare lì, affacciarsi a quelle rocche che ancora conservano le sue grotte, spaziare con lo sguardo seguendo le linee delle forre della lunga lingua che si apre ai piedi conduce la mente altrove, in luoghi che si perdono spesso nella memoria.

Il fascino di questa terra è stato testimoniato da quanti l’hanno conosciuta. I personaggi che l’hanno abitata sono riusciti spesso a stagliarsi nell’immaginario collettivo.
Italo Calvino stesso scrisse la novella la “Barba del Conte”, e in paese, si è favoleggiato che a quel conte dovesse appartenere la casa signorile proprio sotto il Bric del Conte.

1 Luciano Converso, L’Eremita di Pocapaglia, in “Cuneo. Provincia Granda”, anno XLVI, n.3 1996, p.44

2 Giovanni Arpino, L’Eremita, in “Cuneo. Provincia granda”, cit., p.47

3 Giovanni Arpino, L’Eremita, in “Cuneo. Provincia granda”, cit., p.47


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